Michelina de
Cesare,
la brigantessa
Michelina de
Cesare,
la brigantessa
Donne d'Italia
Di Claudio Bosio.

Michelina de Cesare.
5 marzo 2011.
- Con il 1861 sembrava realizzato il sogno secolare di tanti politici,
intellettuali e poeti italiani: l’Italia era stata unificata.
Alessandro Manzoni, entusiasta, cantava (forse perché soltanto "cantando" riusciva effettivamente a vincere la sua fastidiosa balbuzie!) «la Patria una d’arme, di lingua, di memorie, di sangue e di cor».
Ma,
a ragion veduta, dobbiamo convenire che era molto più realistico Massimo
d’Azeglio (il quale, per inciso, era il genero di Manzoni) quando, con
toni meno enfatici, sentenziava: «si
è fatta l’Italia, ma non ancora gli Italiani».
In effetti, la sospirata unità era ancora di là da venire. Impossibile integrare, d’emblée, per dirla alla francese, cioè di colpo, le innumerevoli diversità di cultura, tradizioni, costumi e, persino, di lingua delle tante genti italiche diventate, quasi senza accorgersene, italiane. Bene o male, si era soltanto raggiunta un’unità politica.
Una parte del nuovo Stato era, da tempo, già "italiana": il Nord. L’altra parte, cospicua e fondamentale, non lo era affatto: il Sud. L’italianizzazione di questa seconda parte, si presentava come un problema non da poco: per raggiungere questo scopo, bisognava cambiare radicalmente l’intero Meridione, snaturarlo, cioè renderlo assai diverso da quello che era ed era stato.
Ma come? Con le opere di ristrutturazione o la cultura (scolarizzazione)? Con la coercizione? Per l’intervento di chi? di un plenipotenziario illuminato? Di un generale intransigente? È mai possibile che nessuno avesse preparato un valido piano d’intervento per risolvere al meglio la questione meridionale?
Niente di tutto questo: sembrava che, al Nord, nessuno avesse capito la reale gravità della situazione del Sud e fosse in grado di proporre una strategia operativa.
L’unica soluzione (definitiva!) del problema, sarebbe stata quella di coinvolgere, a questo piano di ristrutturazione, il popolo, la gente comune.
Ma questo lo sappiamo noi, adesso.
Purtroppo il guaio più grosso del nostro Risorgimento fu proprio la discrasia profonda fra la classe dirigente e il paese reale, cioè il popolo. La moltitudine della gente comune era indifferente all’unità d’Italia (se non addirittura all’Italia stessa). Quello che questa gente voleva, era soltanto un’esistenza più umana, una vita civile, diremmo noi.
Altro problema: gli intellettuali, pronti a rischiare la propria vita per l’indipendenza, l’unità e la libertà, non diedero mai importanza all’unico elemento che accumunava il Nord al Sud: la povertà. Ma una povertà nera, al limite dell’indigenza assoluta.
Per la povera gente (meglio, per la gente povera!) parole come indipendenza, unità, libertà, erano vuote di significato. Il popolo voleva pane, mentre gli intellettuali volevano la Costituzione, considerata il balsamo di ogni male. Pare impossibile ma, questa gente, colta e progressista (Mazzini in testa), non ha mai capito che lo stomaco, specie se vuoto, muove la gente più delle idee. Napoleone, figlio di rustica progenie, aveva, invece, "afferrato al volo" la situazione.
Lo stesso anno in cui calò in Italia (1796), nei suoi resoconti al governo rivoluzionario francese, faceva notare che: «Il popolo è fiacco. Da quando siamo entrati in Italia, non c’è stato alcun movimento in favore della libertà». In effetti, ben pochi italiani dell’epoca risorgimentale avrebbero saputo spiegare cosa fosse la libertà. (Anche Dante, comunque, si era ben guardato di darne una definizione esaustiva. La "cercava", a dir suo, e basta: «Libertà vo cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta»).
Per poter contare sul popolo nel processo risorgimentale e quindi unitario, sarebbe stato necessario "liberarlo" dalla miseria e dell’arretratezza, condizioni che lo strozzavano da più di quindici secoli. Facile a dirsi ma arduo da farsi. Sciaguratamente l’unione del Nord con il Sud d’Italia avvenne quasi esclusivamente in termini di annessione, tassazione, leva obbligatoria e repressione militare. Così facendo il Sud (che non era certo nelle condizioni economiche tramandateci dalla nostra fasulla tradizione storica) [1] è stato trattato come una «colonia» da sfruttare, senza metterlo in condizione di avere ciò che era fondamentale per il suo sviluppo: lavoro, terre, infrastrutture, una borghesia imprenditoriale, un’economia moderna.
In tal modo le incomprensioni fra le due Italie si sono perpetuate sino ai nostri giorni, e la difficile conciliabilità fra Nord e Sud è diventata, da momentanea, cronica.
In questo contesto socio-culturale, fra la gente del Meridione (clericali, borbonici, contadini) si sviluppò, dapprima una insofferenza rancorosa e quindi una vera e propria ribellione nei confronti dei Piemontesi (così erano chiamati i "civilizzatori" … nordisti, e non Italiani).
Così ebbe origine anche il cosiddetto «brigantaggio».
Su questo fenomeno, scriveva Vincenzo Padula, (1819-1893), sacerdote liberale, docente universitario e patriota (Cronache del brigantaggio in Calabria. 1864-1865):
«Finora avemmo i briganti. Ora abbiamo il brigantaggi; e tra l’una e l’altra parola corre gran divario. Vi hanno briganti quando il popolo non li aiuta, quando si ruba per vivere e morire con la pancia piena; e vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante è la causa del popolo, allorquando questo lo aiuta, gli assicura gli assalti, la ritirata, il furto e ne divide i guadagni. Ora noi siamo nella condizione del brigantaggio».
Il brigantaggio non fu cosa da poco. In termini numerici, nel 1861, agivano le bande seguenti:
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39 in Abruzzo |
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42 al confine con lo Stato Pontificio |
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15 nel Molise e nel Sannio |
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47 in Irpinia e nel Salernitano |
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34 in Puglia |
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33 in Calabria |
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6 nella provincia di Napoli |
Benché tutte diverse per numero di uomini e pericolosità, il totale di 216 bande rende comprensibile l’entità del problema per il neonato governo unitario. Comunque una decisione fu subito presa (senza neanche lontanamente cercare una spiegazione circa le motivazioni che spingevano tanti "Sudisti" a darsi alla macchia): intervento militare cioè applicazione di metodi di repressione veramente barbari e incivili.
Si scelse quindi la via della soppressione, quando si poteva usare quella della prevenzione basata, ad esempio, sull'apertura di strade di sicura comunicazione, lungo le quali il brigantaggio difficilmente avrebbe potuto prosperare.
Non si volle neppur tentare riforme sociali al fine di alleviare le
tristi condizioni dei contadini o riforme amministrative atte a ridurre
il disordine imperante nelle province e nei comuni. La politica di
repressione adottata nei confronti dei briganti fu durissima. Per
debellare il fenomeno furono impiegati 120.000 soldati (pari alla metà
dell’esercito italiano) comandati dal
generale Cialdini. Tutto sommato
l'apertura di nuove strade e le riforme, sarebbero venute a costare di
meno.
La repressione generò una guerra civile, costituì un pesante carico di responsabilità morale e un errore politico la cui portata grava ancor oggi. Le statistiche ufficiali parlano di 3.500 morti nella resistenza e di 2.000 condannati a pene varie; in realtà i morti furono in numero di gran lunga maggiore e così i condannati. Migliaia e migliaia di soldati morirono di malaria; quelli morti durante questa guerra civile superarono in entità i caduti in tutte le altre guerre del Risorgimento.
Fu una vera guerra, una guerra "incivile" crudelissima da ambo le parti, con episodi di ferocia disumana; soldati "piemontesi" crocefissi dai briganti, donne incinte squartate dai "piemontesi" (carabinieri e bersaglieri). Molti episodi "incresciosi" furono occultati dai Generali (La Marmora, ad esempio, fece bruciare i documenti più compromettenti). Alla nuova Italia, appena nata, non sarebbe certo giovato divulgare certe notizie: i tanti villaggi distrutti e dati al fuoco, le tante donne e i tanti bambini massacrati, le popolazioni inermi perseguitate e angariate solo perché sospettate di collaborare con i briganti.
Fu tra prigioni a vita, fucilazioni e uccisioni varie che il fenomeno
del brigantaggio venne debellato nel 1865. Le conseguenze furono un
ulteriore aumento del divario fra
nord e sud e
un’esaltazione dei briganti la cui figura venne paragonata,
nell’immaginario popolare, a quella di "eroi buoni". Gran parte della
popolazione, in effetti, per tutta la durata della guerra civile, aveva
sempre considerato i briganti come eroi in lotta contro i soprusi dello
Stato invasore.
Fra costoro c’era di tutto, dal semplice delinquente a Carmine Donatelli, celeberrimo come Crocco, ex bracciante, ex combattente di Garibaldi, che si era dato alla macchia quando si era accorto che il nuovo Stato non si sarebbe per niente occupato dei problemi dei suoi conterranei. Diceva: «Garibaldi non avrebbe vinto se, al tempo dell’impresa dei Mille, nel Regno delle due Sicilie, ci fossero stati tanti filo-borbonici quanti ce ne sono ora!».
Ma un altro aspetto del brigantaggio che non si può sottacere, è la presenza attiva delle donne fra i briganti stessi: le cosiddette brigantesse.
Attive e protagoniste in battaglia, sui monti, nei paesi, nelle piazze e nei tribunali ove mutarono, con furbizia innata, spoglie e atteggiamenti, seppero innegabilmente affrontare il martirio, le sevizie, le crudeltà del nemico. Andarono incontro alla morte con grande dignità e resero immortali le loro concrete testimonianze.
Riuscirono a conquistare sul campo l'ammirazione delle popolazioni del Sud Italia e lasciarono un messaggio che nel tempo le ha rese protagoniste di una epocale sconfitta e di una amara unità.
Tante di esse sono rimaste nell'anonimato, tante altre simpatiche
canaglie, belle donne grandi eroine. Forse in tutto questo emule della
disperata battaglia che Maria Sofia di Borbone si trovò a combattere
accanto a Francesco II sugli spalti di Gaeta.
Proviamo a ricordarne alcune: Luigia Cannalonga, Maria Rosa Marinelli, Maria Capitanio, Gioconda Marini, Mariannina Corfù, Chiara Nardi, Filomena Pennacchio, Arcangela Cotugno, Elisabetta Blasucci, Teresa Ciminelli, Filomena Pennarulo, Luigina Vitale, Giovanna Tito, Maria Lucia Nella, Maria Consiglio, Filomena di Pote, Maria Orsola D'Acquisto, Carolina Casale, Maria Pelosi, Rosa Giuliani.
Di una di queste donne, Michelina De Cesare, (1841-1868) ci rimangono tre fotografie: due di queste ce la mostrano, impavida e bella, ventunenne, elegante nel costume tradizionale dei contadini del suo paese (e armata di fucile e pistola!). La terza, riporta la sua immagine, nuda sino a mezzo busto. La giovane donna, morta a causa delle atroci sevizie subite, fu infatti spogliata e fotografata prima di essere esposta nella piazza del paese come monito alle popolazioni "liberate".
Nata poverissima a Caspoli, frazione di Mignano Montelungo, in provincia di Caserta, fin da piccola aveva mostrato un’indole ribelle (piccoli furti e abigeati ai possidenti locali, assieme al fratello Domenico). Nel 1861 Michelina andò giovane sposa (20 anni) a un misero cafone del luogo, tale Rocco Tanga, che morì l'anno dopo lasciandola vedova e senza un soldo. Il 1862 segnò l'incontro che le cambiò la vita. Fu allora che conobbe Francesco Guerra (1836-1868) ex soldato borbonico e renitente alla leva indetta dal nuovo Stato, il quale si era dato alla macchia aggregandosi alla banda di Rafaniello (Domenicangelo Cecchino) fino a diventarne capo, nel 1861 alla morte di costui. Michelina ne divenne la donna e in seguito lo raggiunse in clandestinità. Come tante altre brigantesse, Michelina passò da "manutengola" (fiancheggiatrice) a clandestina alla macchia nella banda del proprio uomo. Anche se la propaganda pro-unitaria la definiva spregiativamente "druda", pare invece che abbia sposato Francesco Guerra. (come evidenziato dalle carte processuali [interrogatorio dell'11 maggio 1865] di Domenico Compagnone, che la chiama: Michelina Guerra moglie di quest'ultimo).
Comunque sia, di questa banda Michelina divenne elemento di spicco e fu stretta collaboratrice del boss, suo uomo. La banda era composta in tutto di 21 individui. Solo i capi-gruppo erano armati di fucili a due colpi e di pistole. Dunque, come risulta dalle fotografie, non solo Michelina era parte effettiva della banda, ma, dalle armi che portava, si deduce che era una dei suoi capi riconosciuti. La tattica di combattimento della banda era tipicamente di guerriglia, con azioni di piccoli gruppi che concluso l'attacco si disperdevano alla spicciolata, se del caso, per riunirsi in seguito in punti prestabiliti. Pare che proprio Michelina fosse un'abile ideatrice di queste tattiche e che il suo intuito abbia parecchio volte stornato la banda dal finire sotto il fuoco delle forze preponderanti avversarie, che però erano tanto più lente e impacciate negli spostamenti necessari in una guerra di movimento.
La banda di Michelina, singolarmente oppure, talvolta, in unione ad altre famose bande locali, dal '62 al '68 scorrazzò su tutto il territorio compreso tra le zone montuose di Mignano e i paesi circonvicini, compiendo assalti, grassazioni, ruberie e sequestri ai danni per lo più dei notabili pro-unitari e delle unità militari che vi erano di stanza. Famoso è rimasto l'assalto al paese di Galluccio, con lo stratagemma di alcuni briganti travestiti da carabinieri che conducevano altri briganti nella loro foggia fintamente catturati.
Le scorrerie non scemarono neppure quando dopo il 1865 la prefettura di Terra di Lavoro [2] spedì "alle autorità e comandanti Guardia Nazionale e carabinieri reali" il seguente telegramma:
«Bande ladroni infami dirette dal territorio ancora soggetto Governo papale infestano nuovamente e coprono di misfatti nostra bella Provincia.
Ma è tempo che tresca esecranda sia finita.
Dove Guardia Nazionale comprende nobile missione non possono sussistere malfattori campagna: Guardia Nazionale Terra Lavoro non sarà seconda a nessuna comprendere soddisfare sacri diritti più sacri doveri.
Difenda suo territorio quella di ogni Comune;
avvisi Autorità, forze, popolazione vicine di ogni imminente pericolo.
Ai ladroni, ai loro fautori, ai manutengoli è delitto lasciare più scampo.
Guerra implacabile e sterminio!
Governo veglierà senza posa; sosterrà e premierà con larghezza sforzi generosi; punirà esemplarmente malvagi».
Caserta, 1° maggio 1865 Il Prefetto, de Ferrari
Nel 1868, le operazioni antibrigantaggio della zona vennero affidate al generale Emilio Pallavicini di Priola (1823-1901), giovane ufficiale (45 anni) che nel 1862 era riuscito a fermare e a fare prigioniero Garibaldi ad Aspromonte, e che aveva partecipato alla campagna di Crimea e alle guerre d'indipendenza (1859 e 1866). Tra il 1863 ed il 1864, Pallavicini, con l'aiuto del brigante rinnegato Giuseppe Caruso, attuò una sanguinaria repressione contro le bande organizzate, portando numerosi arresti e fucilazioni nell'area del Vulture-Melfese.
Essendogli stati conferiti i pieni poteri, il generale, molto accortamente, seppe usare, come si dice, il bastone e la carota. Intervenne con decisione e con forza, quando e dove necessario, ma usò anche l’espediente della ricompensa (spesso lauta) per delatori e spie. Fu così che il 30 d'agosto 1968, un massaro di Mignano avvisò la Guardia Nazionale del suo paese che la banda Guerra era in sosta nei pressi d'una sua massaria. A guidare in loco la spedizione militare, subito approntata, pare proprio che sia stato il fratello stesso di Michelina, Domenico de Cesare, allettato da una forte somma di denaro. (Per questo una foto d'epoca del brigante-collaboratore porta scritto nel retro la secca dicitura: "De Cesare, spia", foto conservata nella civica Raccolta d'Arte Applicata ed Incisione presso il Castello Sforzesco di Milano; Pertanto, la compagine brigantesca fu sorpresa in una notte di temporale alle pendici del monte Morrone, presso Mignano, da un gruppo della Guardia Nazionale e un drappello di soldati del 27mo Fanteria comandati dal maggiore Lombardi . In quell'agguato dopo un breve scontro a fuoco, come risulta dal rapporto redatto, trovarono la morte Michelina, suo marito Francesco Guerra e altri due importanti componenti la comitiva, i briganti Giacomo Ciccone e Francesco Orsi: secondo quanto riportato nel Rapporto di Missione redatto dai Carabinieri [3], dopo lo scontro con i briganti, i fatti si svolsero nel modo seguente.
Erano le 10 di sera, pioveva a dirotto ed un violentissimo temporale accompagnato da un forte vento, da lampi e tuoni, favoriva oltremodo l'operazione, consentendo ai soldati di potersi avvicinare inosservati al luogo sospetto; Già da qualche tempo, i carabinieri compivano delle accurate perlustrazioni su quei luoghi accidentati e malagevoli, pervasi di strade infossate, burroni ed altri incagli naturali. La speranza di scoprire i briganti era ridotta al lumicino, quando alla Guida (Domenico de Cesare?) venne in mente di avvicinarsi ad alcune querce, che egli sapeva alquanto incavate, dentro le quali poteva benissimo nascondersi una persona. Fu un’ispirazione effettivamente valida: alla luce improvvisa di una lampo, si poterono scorgere, appoggiati ad una quercia, due briganti, che cercavano riparo dalla pioggia nella cavità dell'albero ed anche con un ombrello alla paesana che uno di loro reggeva. Il Capitano Cazzaniga venne subito allertato. Nel Rapporto si legge: «il bravo Capitano non frappone indugio, non cerca di far fuoco, ma sbarazzato anche del fucile che teneva, con un salto fu addosso a quei due ed afferratone uno pel collo, lo stramazza al suolo e con lui viene ad una lotta corpo a corpo, finche venne dato ad un soldato di appuntare il suo fucile contro il brigante e di renderlo cadavere».
Quel brigante fu subito riconosciuto per il capobanda Francesco Guerra. Il brigante che con lui s'intratteneva, appena visto l'attacco, si diede alla fuga; venne colpito, senza cadere, da una fucilata sparatagli dietro dal medico di Battaglione, dott. Pitzorno. Purtroppo, nella corsa con cui cercava di sottrarsi alla cattura, s'imbatteva in alcuni soldati che lo fecero prigioniero. Ma, ad un esame successivo, apparve chiaro che si trattava di una donna: era Michelina De Cesare, la vituperata druda del Guerra.
La giovane donna, malgrado fosse ferita, fu violentata dai soldati e poi sottoposta a sevizie e torture per farle confessare i nascondigli dei compagni scampati all'eccidio. Morì di atroci sofferenze, ma senza proferire parola alcuna. Il suo corpo, martoriato, insanguinato e nudo, venne quindi esposto nella piazza del paese di Mignano, come monito per la popolazione locale. Il risultato, però, fu opposto a quanto sperato, tant’ è che la gente inorridita, riprese nella zona la guerriglia con ancor maggior passione.
Il corpo dilaniato e sfigurato di Michelina fu anche fotografato, in ottemperanza al cosiddetto "metodo intimidatorio educativo” di massa" : «se ne educa uno, per indottrinarne cento!»
Nelle macabre fattezze di Michelina, sconvolte dalla violenza, che ci sono impietosamente mostrate dalla fotografia, si può leggere tutto il dramma e la sofferenza della povera gente che abitava il nostro Sud, 150 anni fa.
Per contrasto, va ricordata l’inqualificabile reazione del generale Pallavicini di Priola, il quale alla vista dei cadaveri ignudi esposti in piazza, pare abbia esclamato: «Ecco i merli, li abbiamo presi!»
[1] Nel 1860, la riserva aurea degli Stati Italiani, prima delle annessioni, ammontava in lire (1 lira valeva circa 4,5 euro):
· Regno delle due Sicilie 445,2 milioni
· Regno di Piemonte 27,0 milioni
· Toscana 85,2 milioni
· Romagna, Marche, Umbria 55,3 milioni
· Lombardia 8,1 milioni
· Parma e Piacenza 1,2 milioni
· Modena 0,4 milioni
· Venezia (1866) 12,7 milioni
· Roma (1870) 35,5 milioni
TOTALE 640,7 milioni
A conti fatti, il Regno delle due Sicilie possedeva oltre 2/3 dell’oro di tutti gli altri Stati della Penisola messi insieme. Proporzioni analoghe valgono anche per il denaro in circolazione dei singoli Stati.
[2] All'indomani dell'Unità, la provincia di Terra di Lavoro era una delle più vaste d'Italia: comprendeva l'intero territorio dell'attuale provincia di Caserta, la parte meridionale dell'attuale provincia di Latina (il circondario di Gaeta), parte dell'attuale provincia di Frosinone (il circondario di Sora), tutta la parte dell'agro nolano compresa nell'attuale provincia di Napoli e ancora una parte delle attuali province di Benevento, Avellino e Isernia.
[3] Comando Generale delle Truppe per la Repressione del Brigantaggio nelle Provincie di Terra di Lavoro, Aquila, Molise e Benevento. Rapporto della distruzione della Banda Guerra. Caserta 6 settembre 1868. (in: V.Romano, Brigantesse)
En 1861, al parecer, se realizó el sueño de muchos políticos, intelectuales y poetas italianos: Italia fue unificada.
Alessandro Manzoni, entusiasta, cantaba (tal vez porque sólo "cantando" lograba efectivamente ganarle a su molesta tartamudez!) "La patria unida en armas, en lenguaje, en memoria, en sangre y en corazón".
Pero, tras la debida consideración, tenemos que admitir que era mucho más realista Massimo d'Azeglio (que, dicho sea de paso, era el yerno de Manzoni) cuando, menos enfáticamente, declaró: "Se hizo Italia, pero todavía no los italianos".
De hecho, la tan deseada unidad estaba todavía lejana.
No se pueden integrar d'emblée, para utilizar un término francés que significa de repente, las muchas diferencias en la cultura, en las tradiciones, en las costumbres e incluso en el lenguaje de muchos de los pueblos itálicos convertidos, casi sin darse cuenta, en italianos.
Bien o mal, sólo se había logrado una unidad política.
Parte del nuevo Estado era ya desde tiempo antes "italiana": el Norte. La otra parte, sustancial y fundamental, no lo era en absoluto: la italianización de esta segunda parte, parecía un problema importante: para lograr este objetivo, era necesario cambiar radicalmente todo el Sur, distorsionarlo para volverlo muy diferente de lo que era y de lo que había sido.
Pero, ¿Cómo? ¿Con obras estructurales o a través de la cultura (la educación)? ¿A fuerzas? ¿Y con la intervención de quién? ¿De un plenipotenciario iluminado? ¿O de un general intransigente? ¿Cómo era posible que nadie hubiese preparado un buen plan de acción para resolver mejor el problema del Sur?
Nada de eso: parecía que en el Norte nadie se había dado cuenta de la real gravedad de la situación en el sur y fuese capaz de proponer una estrategia operativa.
La única solución (definitiva!) del problema sería la de involucrar en este plan de reestructuración a la gente, al pueblo.
Pero esto lo sabemos ahora.
Por desgracia, el mayor problema de nuestro Resurgimiento fue precisamente la discrepancia profunda entre la clase dominante y el país real, o sea el pueblo. La mayoría de la gente común era indiferente a la unificación de Italia (e incluso a la propia Italia). Lo que esta gente quería era sólo una existencia más humana, una vida civilizada, diríamos nosotros.
Otro problema: los intelectuales, dispuestos a arriesgar sus vidas por la independencia, la unidad y la libertad, nunca dieron importancia al elemento que hermanaba Norte a Sur: la pobreza. Una pobreza extrema, cerca de los límites absolutos de privación.
Para los pobres, palabras como independencia, unidad, libertad, carecían de significado. La gente quería pan, mientras que los intelectuales querían la Constitución, considerada como el antídoto de todos los males. Parece imposible, pero estas personas, educadas y progresistas (Mazzini antes que nadie), nunca se dieron cuenta de que el estómago, especialmente si está vacío, mueve más a la gente que las ideas. Napoleón, descendientes de campesinos, había en cambio "pescado" de inmediato el detalle.
El mismo año en que llegó a Italia (1796), en sus informes al gobierno revolucionario francés, señalaba que: "La gente es débil. Desde que entramos a Italia, no ha habido ningún movimiento en favor de la libertad". De hecho, muy pocos italianos de la época del Resurgimiento habrían sido capaces de explicar lo que era la libertad. (El mismo Dante, se había cuidado de evitar una definición completa. La buscaba, según él, y eso era todo: "Voy buscando la libertad, que es carísima, como bien sabe quien para ella ha sacrificado la vida").
Para poder contar con el pueblo durante el Resurgimiento y el proceso de unificación, habría sido necesario "liberarlo" de la pobreza y el atraso, condiciones que lo caracterizaban desde más de quince siglos. Fácil de decir pero difícil de hacer. Por desgracia, la unión del norte y el sur de Italia se llevó a cabo casi exclusivamente en términos de anexión, impuestos, reclutamiento y represión militar. Al hacerlo, el Sur (que ciertamente no se encontraba en la situación económica que nos ha sido transmitida por nuestra falsa versión histórica) [1] fue tratado como una "colonia" que tenía que ser explotada, sin ponerlo en condiciones de tener lo que era vital para su desarrollo: trabajo, tierra, infraestructura, una clase media empresarial y una economía moderna.
De esta manera, la falta de entendimiento entre las dos Italias ha continuado hasta nuestros días y la difícil conciliación entre el Norte y el Sur se ha convertido, de circunstancial, en crónica.
En este contexto socio-cultural, entre los pueblos del Sur (clérigos, borbónicos, agricultores) se desarrolló, en un principio un resentimiento rencoroso, y después una verdadera rebelión contra Piamonteses (así eran llamados los "civilizadores" ... norteños, y no italianos).
Así se originó el llamado "bandidaje".
Sobre este fenómeno escribió Vicente Padula (1819-1893), sacerdote liberal, profesor universitario y patriota (Crónicas del bandidaje en Calabria. 1864-1865): «Hasta ahora teníamos bandidos. Ahora tenemos el bandidaje y entre las dos palabras existe una gran diferencia. Tenemos bandidos cuando la gente no les ayuda, cuando roban para vivir y morir con el estómago lleno, y tenemos bandidaje cuando los motivos del bandido coinciden con los del pueblo y éste le ayuda, le asegura los ataques, la retirada , el robo y divide con él las ganancias. Ahora nos encontramos en una situación de bandidaje».
El bandidaje no era un asunto trivial. En términos numéricos, en 1861, operaban las siguientes bandas:
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39 en los Abruzos |
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42 en la frontera con los Estados Pontificios |
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15 en el Sannio y Molise |
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47 en Irpinia y Salerno |
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34 en Puglia |
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33 en Calabria |
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6 en la provincia de Nápoles |
A pesar de que todas eran diferentes en lo que se refiere a número de hombres y el peligrosidad, el total de 216 bandas describe por sí solo el alcance del problema para el nuevo gobierno de la unidad. Te todas maneras, se tomó una decisión de inmediato (sin ni siquiera remotamente tratar de encontrar una explicación sobre las razones que empujaron a muchos "sureños" a la selva): intervención militar, o sea, aplicación de métodos de represión incivilizados.
Se eligió el camino de la represión, cuando pudo haberse utilizado el de la prevención basada, por ejemplo, en la apertura de caminos seguros de comunicación, a lo largo de los cuales el bandidaje difícilmente habría podido prosperar.
Tampoco se intentó la vía de las reformas sociales con el fin de aliviar la triste condición de los campesinos o de reformas administrativas para reducir el desorden imperante en las provincias y los municipios. La política de represión contra los bandidos fue durísima. Para erradicar el fenómeno se utilizaron 120 mil soldados (la mitad del ejército italiano) al mando del general Cialdini. La apertura de nuevos caminos y las reformas habrían costado menos.
La represión dio lugar a una guerra civil, a una pesada carga de responsabilidad moral y fue un error político cuyas consecuencias siguen teniendo efectos hoy. Las estadísticas oficiales hablan de 3,500 muertos y de 2,000 y condenados a diversas penas. La realidad es que los muertos y los condenados fueron muchos más. Miles y miles de soldados murieron por la malaria y las vidas perdidas durante esta guerra civil superaron las de todas las demás guerras y batallas del Resurgimiento en conjunto.
Fue una verdadera guerra, una guerra "incivilizada" cruel en ambos bandos, con episodios de ferocidad inhumana: soldados "Piamonteses" crucificados por los bandidos, mujeres embarazadas descuartizadas por los "Piamonteses" (carabineros y bersaglieri). Muchos "lamentables" incidentes fueron ocultados por los generales (La Marmora, por ejemplo, ordenó que se quemaran los documentos más comprometedores). La divulgación de cierto tipo de noticias no habrían ayudado a la recién nacida Italia: pueblos destruidos y quemados, mujeres y niños masacrados, civiles inocentes perseguidos y hostigados simplemente porque se sospechaba que colaboraban con los bandidos.
Entre cadenas perpetuas, ejecuciones y asesinatos el fenómeno del bandidaje fue erradicado en 1865. Las consecuencias fueron una mayor ampliación de la brecha entre el norte y el sur y una exaltación de los bandidos cuya figura se comparó, en la imaginación popular, con la de los "héroes buenos". La mayoría de la población, de hecho, durante el período de la guerra civil siempre los había considerado como héroes en lucha contra los abusos del estado invasor.
Lo stato italiano
è stato una dittatura feroce
che ha messo a ferro e fuoco
l'Italia meridionale e le isole,
squartando, fucilando, seppellendo vivi
i contadini poveri
che scrittori salariati tentarono d'infamare
col marchio di briganti.
Antonio Gramsci