Brevissima storia della lingua italiana

Brevissima storia della lingua italiana

Ore 16:08 - L'italiano deriva dal latino, lingua che inizialmente si parlava solo nelle regioni vicine a Roma, poi nell'intera penisola italica, fino a quando —a poco a poco— si diffuse in tutti i territori conquistati dai romani, anche perché le leggi erano scritte in questo idioma. Ma il latino dell'impero non era uguale dappertutto. A causa della mescolanza con le lingue che si parlavano in altre zone, la struttura della comunicazione orale a Roma, ad esempio, non era identica a quella che si usava in altri territori.

Queste variazioni aumentarono ulteriormente quando, a partire dal IV secolo dopo Cristo, l'Europa fu invasa da popoli provenienti dal nord e dall'est, come i Visigoti, gli Ostrogoti, i Longobardi ed altri. Se la lingua scritta rimase ancora a lungo e dovunque il latino classico, il parlato andò sempre più differenziandosi. Già nel terzo secolo, nell'Appendix Probi —un documento scoperto nel monastero di Bobbio nel 1493 e oggi conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli— un maestro di scuola, probabilmente romano, invitava, contro le deviazioni del latino parlato o volgare, a impiegare oculus non oclus (= occhio), vetulus non veclus (= vecchio), viridis non virdis (= verde). In questi errori commessi dagli studenti è possibile intravedere alcuni dei primi sviluppi fonetici che portarono dal latino alle attuali lingue neolatine.

Le mutazioni del linguaggio diedero origine così ai “volgari”, le lingue parlate dal “vulgus”, dal popolo, mentre si verificava un irrigidimento del latino scritto. Gli storici etichettano le parlate che si svilupparono in questo modo in Italia come “volgari italiani”, al plurale, e non ancora come “lingua italiana”. Le testimonianze disponibili mostrano infatti marcate differenze tra le parlate delle diverse zone.

Il primo documento tradizionalmente riconosciuto di uso di un volgare italiano è un placito notarile, conservato nell'abbazia di Montecassino, proveniente dal Principato di Capua e risalente al 960: è il Placito cassinese (nella foto principale di questo articolo) che, in sostanza, è una testimonianza giurata di un abitante circa una lite sui confini di proprietà tra il monastero benedettino di Capua afferente ai Benedettini dell'abbazia di Montecassino e un piccolo feudo vicino, il quale aveva ingiustamente occupato una parte del territorio dell'abbazia: «Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.» (So [dichiaro] che quelle terre nei confini qui contenuti (qui riportati) per trent'anni sono state possedute dall'ordine benedettino).È soltanto una frase, che tuttavia per svariati motivi può essere considerata ormai “volgare” e non più schiettamente latina: i casi (salvo il genitivo Sancti Benedicti, che riprende la dizione del latino ecclesiastico) sono scomparsi, sono presenti la congiunzione ko (che) e il dimostrativo kelle (quelle) e, morfologicamente, il verbo sao (dal latino sapio) è prossimo alla forma italiana.

In un primo momento, i volgari italiani, sebbene diversi tra una regione e l'altra, erano considerati tutti allo stesso livello e non ne esisteva nessuno che potesse essere giudicato superiore o preferito rispetto agli altri.

Questa situazione cambiò quando, nel quattordicesimo secolo, il tosco-fiorentino ebbe il sopravvento e si consacrò a lingua di uguale dignità rispetto al latino per l’uso letterario per due ragioni fondamentali. In primo luogo perché i tre più grandi e famosi scrittori in volgare dell'epoca, Dante, Petrarca e Boccaccio, erano tutti toscani e in secondo luogo perché proprio nel trecento Firenze raggiunse la supremazia economica e culturale in Italia.

Francesco Petrarca

Andrea del Castagno, Francesco Petrarca. Particolare tratto dal Ciclo degli uomini e delle donne illustri, affresco, 1450 circa. Galleria degli Uffizi, Firenze

L'assetto dell'italiano discende, in sostanza, da quello del volgare fiorentino trecentesco. Il ruolo di questo volgare nella formazione dell'italiano è tanto importante che in alcuni casi gli storici descrivono il fiorentino trecentesco già come “italiano antico” e non come “volgare fiorentino”.

Ma, in modo analogo a quanto già era successo con il latino, l'italiano rimase per lungo tempo soprattutto la lingua scritta dei letterati. Nelle ricostruzioni dei linguisti, fino alla seconda metà dell'Ottocento, solo fasce molto ridotte della popolazione dello Stivale erano in grado utilizzarlo. Come riportato da Sergio Salvi, «Nel 1806, Alessandro Manzoni, in una lettera a Fauriel, confidava che l'italiano «può dirsi quasi come lingua morta». Più tardi, nel 1861, secondo la stima di Tullio De Mauro, era in grado di parlare in italiano solo il 2,5% della popolazione italiana. Nella valutazione di Arrigo Castellani, alla stessa data la percentuale era invece del 10%.

Con l’unità politica e la proclamazione del Regno d’Italia, iniziò l'unificazione linguistica della penisola, un processo facilitato dalle più frequenti occasioni di contatto tra persone di regioni diverse e dall’introduzione nel 1877 dell’obbligo scolastico per due anni. Malgrado le leggi, la piaga dell’analfabetismo risultò comunque assai difficile da sanare: verso la fine dell’Ottocento la grande maggioranza della popolazione non era ancora in grado di leggere e scrivere l'italiano e parlava solo il dialetto. Fu nel Novecento quando si portò a compimento in modo pressoché totale la diffusione della lingua italiana a scapito dei dialetti e l’analfabetismo, soprattutto per l’aumentata scolarizzazione e per l’opera dei mass-media, si ridusse sempre di più. Attualmente, secondo il rapporto 2020 dell'Istat, gli analfabeti in Italia sono lo 0,6% della popolazione.