Micó: «Dante è al di sopra di Shakespeare»

Micó: «Dante è al di sopra di Shakespeare»

Ore 07:07 - Professore di letteratura spagnola all'Università Pompeu Fabra (UPF) di Barcellona e, nelle sue stesse parole, “italianista dilettante”, poeta e musicista, José María Micó è l'autore della traduzione della Divina Commedia di Dante Alighieri i cui primi versi sono stati recitati dall'ambasciatore d'Italia in Messico, Luigi De Chiara, e un gruppo di musicisti, cantautori, produttori, attori, comunicatori e giornalisti messicani in un video uscito questa settimana in occasione delle celebrazioni dei 700 anni dalla morte del sommo poeta.

Dopo aver tradotto l'Orlando furioso di Ariosto nel 2005, la nuova versione della Commedia con il testo in spagnolo di Micó è stata pubblicata da Acantilado nel dicembre 2018.

Nel gennaio 2019, Anna María Iglesia lo ha intervistato per Letra Global, rivista digitale dedicata alla letteratura delle idee e all'analisi culturale.

Ricorda la prima volta che ha letto la Commedia di Dante?

Sì, perfettamente. Quando lessi la commedia per la prima volta non capì quasi nulla. Avevo 18 anni e me ne regalarono un'edizione in italiano; lessi solo l'Inferno e, come dicevo, capì solo poche singole parole. Nonostante questo, il testo mi affascinò subito per la musicalità dei versi e capì immediatamente di essere davanti ad una grande opera. Qualche tempo dopo, lo rilessi, questa volta per intero e in spagnolo; lo lessi nella traduzione di Ángel Crespo e mi ripromisi che un giorno lo avrei tradotto. Ma per me era necessario imparare la lingua di Dante, cosa che ho fatto nel corso di tanti anni.

Nel prologo Lei sottolinea il carattere unico della Commedia.

Nella prima parte del prologo rifletto su ciò che intendiamo per canone letterario. Molte volte crediamo che le grandi opere siano rappresentative di un certo periodo, ma in realtà le opere sono sempre creazioni individuali di persone eccezionali che fanno qualcosa che nessun altro ha fatto. In questo senso, nel prologo nego l'idea che le opere siano pezzi rappresentativi; non lo sono, poiché sono tutte pezzi unici. La Commedia non può essere paragonata a Don Chisciotte o ad un'opera shakespeariana, perché ognuna è unica. Quello che hanno in comune è il talento dei loro autori. Con la Commedia, Dante ha scritto un'opera che, sebbene abbia elementi che provengono dalla tradizione, è assolutamente unica e, inoltre, ciò che oggi chiamiamo autofiction e che sembra già inondare tutto, lui lo stava facendo narrando il viaggio di un personaggio di nome Dante per l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Non sto dicendo che sia stato l'inventore dell'autofiction, ma ne è uno dei più grandi scrittori.

Quanto al canone, dopo Shakespeare, Harold Bloom colloca Dante nell'Olimpo dei più grandi accanto a Milton e Cervantes.

Io direi a Bloom di non dimenticare che alcuni anglofili, come Eliot o Pound, non sarebbero stati d'accordo sulla gerarchia che propone. Dante è al di sopra di Shakespeare. In ogni caso, non è molto importante, alla fine queste discussioni hanno a che fare solo con la contrapposizione di due o più gerarchie letterarie molto personali. Ogni lettore ha le sue preferenze e va bene che sia così, ma è comunque qualcosa di personale.

Inoltre, come Lei ha detto prima, è difficile gerarchizzare autori così diversi.

Esattamente. Dante, Shakespeare o Cervantes condividono un posto nel canone universale, ma questo è tutto. Perché, in realtà, le loro opere hanno ben poco a che fare l'una con l'altra.

Una delle cose che Lei commenta nel prologo è che la Commedia è un'opera molto pensata, un progetto a cui Dante lavorò per tutta la vita, anche attraverso altre opere, come la Vita Nuova o il Convivio.

Sì, è così. Ciò che mi ha colpito di Dante è stato il suo desiderio di scrivere una grande opera. Fu un suo progetto giovanile, mai abbandonato, quello di scrivere un capolavoro. Ammiro la sua riflessione e il suo impegno per poterlo comporre, scartando testi e materiali fino a trovare il tempo, lo spazio e, soprattutto, il modo di scrivere, prima di morire, il grande poema che compose per Beatrice, ma anche, e soprattutto, per sé stesso.

Per tradurre la Commedia, si è avvicinato alla vita dell'autore? Ha approfondito sulla sua persona?

Ho cercato di conoscere il più possibile la figura di Dante. Ho fatto uno sforzo filologico e biografico per poter realizzare la traduzione della Commedia. Tieni presente che la mia specialità non è la letteratura italiana, ho studiato filologia ispanica e, in tutti questi anni all'università, mi sono dedicato principalmente a Góngora, Cervantes e Quevedo. Quello che succede è che attraverso Góngora sono arrivato all'Ariosto, grazie al quale sono diventato un italianista dilettante. Come dicevo prima, fin da giovanissimo aspiravo a tradurre Dante e fin da giovanissimo volevo occuparmi anche di letteratura italiana. Il mio primo grande lavoro è stato la traduzione dell'Ariosto. Tornando alla tua domanda, mi sono documentato molto su Dante, ho letto la biografia più recente che è stata scritta su di lui e molte altre. Ne sono uscite diverse negli ultimi anni e, sicuramente, ne appariranno altre in occasione della celebrazione del centenario nel 2021, data alla quale l'Italia si sta preparando. Quindi ho tenuto conto sia dell'elemento filologico che dell'elemento biografico al fine di comprendere meglio il testo ed essere in una posizione migliore per tradurlo.

In un'intervista ha commentato che le è sembrata più difficile la traduzione dell'Orlando Furioso, un'opera che però a priori è più leggera e concettualmente meno complessa della Commedia.

Effettivamente l'Orlando Furioso è più leggero e meno complesso, ma presenta una difficoltà in più rispetto all'opera di Dante: a livello di lunghezza è più del doppio della Commedia. L'opera di Ariosto è composta da quasi 40.000 versi e questa è una grande sfida per un traduttore. Proprio perché non era il mio lavoro principale, dato che in quel periodo stavo lavorando su Góngora e Cervantes, ho deciso che non mi sarei fossilizzato sulla traduzione dell'Orlando Furioso. Quindi mi sono posto un piano di lavoro durissimo, con sessioni di traduzione di 13 ore al giorno, e sono finito con la schiena a pezzi in gran parte a causa della scomodissima sedia del piccolo appartamento di Firenze dove ho realizzato la maggior parte del lavoro.

Dopo un lavoro di traduzione così duro, si finisce per amare o odiare di più l'autore e la sua creazione?

Finisci per amare di più l'autore e l'opera, senza dubbio. Quando ho finito di tradurre l'Orlando furioso, anche se ero un po' più giovane di adesso, ho avuto l'impressione di non avere più nient'altro da fare nella vita ed ero molto triste di non avere più versi di Ariosto da tradurre. Ho superato quel periodo di tristezza abbastanza presto, soprattutto grazie all'ernia del disco che avevo, perché mi ha ricordato quanto ero stato sconsiderato con il ritmo di traduzione che ho intrapreso. Pensa che i 40.000 versi li ho tradotti in meno tempo di quanto ho impiegato nella traduzione della Commedia.

È uscito indenne dalla traduzione della Commedia?

Non del tutto. La scorsa settimana ho avuto una colica renale. Non la attribuisco direttamente a Dante, ma...

Lei ha scelto di tradurre i versi di Dante senza rispettare la rima. La fedeltà a un testo sta nel ritmo, nel senso o nella parola letterale?

L'obiettivo di qualsiasi traduzione dovrebbe essere quello di essere il più fedele possibile a ciò che dice l'autore. In questo senso, ho avuto maggiori difficoltà con l'Orlando Furioso, che, come ho detto, è di 40.000 versi strutturati su una strofa di otto versi con rima consonante. Il problema che avevo è che, se avessi convertito il testo dell'Ariosto in 40.000 endecasillabi in rima, la strofa, un elemento chiave del testo, sarebbe scomparsa. Per questo motivo, ho deciso di fare a meno della rima e ho conservato un distico di assonanza alla fine di ogni strofa per dare l'idea dell'ottava. E la Commedia? È stata tradotta molte volte sia in prosa sia in versi in rima. la più famosa è quella di Ángel Crespo, ma prima e dopo ce ne sono state altre che rispettano anche quella che la critica chiama la rima generatrice. Ma, naturalmente, una cosa è la rima nelle mani dell'autore e un'altra cosa è l'obbligo del traduttore di rispettare il senso letterale, che è la prima cosa che deve succedere. In un secondo momento, ovviamente, devi ricostruire un valore poetico. Questa ricostruzione può essere eseguita con o senza rima, mantenendo la musicalità dell'endecasillabo, la struttura delle strofe e l'indipendenza delle terzine.

Le terzine alludono al numero 3, un fattore chiave nella Commedia.

Infatti. Per questo motivo ho rispettato la strofa nella sua ordinazione. La mia esperienza di lettore di altre traduzioni, sia quella di Bartolomé Mitre nel XIX secolo che quella di Ángel Crespo o quella di Abilio Echevarría, che a volte trova soluzioni migliori di Crespo pur non essendo famoso, mi ha portato alla convinzione che, molte volte il mantenimento della rima porta a tradire il senso letterale o ad usare un linguaggio inutilmente arcaico. Ad esempio, Crespo, alla ricerca della rima, traduce «paura» con pavura, quando «paura» in italiano è un termine colloquiale che dovrebbe essere tradotto come miedo. Se per rimare si utilizza pavura, che è una parola anacronistica, si è obbligati ad una selezione semantica e lessicale che tradisce il senso letterale.

Si dice a volte che «una traduzione è obsoleta», ma cosa significa esattamente aggiornare una traduzione?

La traduzione di per sé è un aggiornamento. Tuttavia, per rispondere alla tua domanda ti faccio un esempio: pensa a cosa significa per un giapponese leggere un'opera in versi. Una traduzione della Commedia in giapponese non deve mantenere le terzine dato che l'opera viene trasferita a un altro sistema linguistico, dove il concetto di terzine non ha il significato che potrebbe avere per i sistemi linguistici basati sul latino. Ciò che intendo con questo è che qualsiasi opera antica deve essere tradotta, non modernizzandola, ma aggiornandola, rendendola leggibile in modo che il lettore di oggi possa percepirla, nel caso della Commedia, come un'opera poetica. Non è ancora giunto il momento di tradurla in prosa spagnola, ma, forse, potrebbe essere tradotta in prosa giapponese, il cui sistema metrico è molto diverso dal nostro. In spagnolo, le traduzioni in prosa della Commedia sono sempre state traduzioni di servizio per comprenderne il significato, ma perdendo il valore poetico.

Abbiamo parlato del senso letterale, ma Dante propone altri tre sensi: l'allegorico, il morale e l'anagogico.

Sì, Dante parla di quattro sensi, ma tre di essi equivalgono al senso allegorico. Ciò complica la traduzione, perché devi sottintendere che dietro il senso letterale c'è un senso di allegoria. Tuttavia, poiché la critica non è sempre stata d'accordo sull'interpretazione delle allegorie proposte da Dante, talvolta, con il mero esercizio del rispetto del senso letterale, è già data la possibilità di aprire la lettura agli altri sensi. Detto questo, la pluralità dei significati aggiunge una difficoltà in più nella traduzione e, proprio per questo, finalmente ho tradotto per ultimo il primo canto, che è uno dei più chiaramente allegorici e ha un primo verso più complesso di quanto sembri e che può essere tradotto in molti modi.

Il verso di apertura, «Nel mezzo del cammin di nostra vita» è sicuramente uno dei versi più conosciuti della storia della letteratura.

Sì e, inoltre, è molto complesso per il valore allegorico che ha. «Nel mezzo» ha una dimensione spaziale, ma anche temporale. «Nostra vita» si riferisce alla nostra esistenza, ma anche a quella di tutti. L'ho lasciato per ultimo, perché volevo riflettere su come tradurre questo verso così complesso e, allo stesso tempo, molto semplice nelle sue parole.

Parla della semplicità della lingua. Per Dante l'uso di un certo linguaggio, come vediamo in De vulgari eloquentia, non è banale. È preceduto da una riflessione su come dovrebbe essere l'italiano letterario.

Infatti. De vulgari eloquentia è una riflessione sull'italiano e, più precisamente, sull'italiano letterario. La Commedia è l'incarnazione di quella riflessione. Va tenuto presente che a quell'epoca la lingua di Dante era molto eterogenea. Fino ad allora nessuno aveva scritto un'opera di quella lunghezza, di quella varietà tematica e di quella ricchezza linguistica, compresi i termini bassi e, allo stesso tempo, con pagine di insormontabile eccellenza. Possiamo dire che Dante in qualche modo ha inventato il linguaggio letterario.

Possiamo anche dire che la Commedia è un'enciclopedia dei personaggi più rilevanti del XIII secolo?

Sì, nella Commedia appaiono molti nomi propri. Alcuni ben noti, di cui possiamo tracciare la vita, e altri piuttosto anonimi, persone della Firenze dell'epoca, suoi conoscenti o nemici, ma soprattutto nemici. Dante era in esilio e voleva vendicarsi in qualche modo.

Possiamo dire che la commedia è una rivincita?

Piuttosto è un grande tentativo di rivincita. Nel Paradiso, Dante dice di credere che con questo poema potrà tornare nella sua città e avere successo come poeta, ma si sbaglia. Non potrà mai tornare e la Commedia è il suo modo di vendicarsi di fronte alla situazione ingiusta che vive. Pensa che visse diciannove anni in esilio: non vide mai più sua moglie, ma poté rivedere i suoi figli, che non solo finirono per vivere con lui, ma furono i primi ammiratori ed esegeti della Commedia.

La mia cantica prediletta è l'Inferno. Lei quale delle tre cantiche preferisce?

In linea di principio, anch'io preferisco l'Inferno, ma devo dire che in questo processo di traduzione ho scoperto il Purgatorio e il Paradiso. Li avevo già letti, ma doverli tradurre ha accresciuto la mia ammirazione per Dante e per queste due cantiche. L'Inferno ha dato origine a molta stampa, buona e cattiva, ed ha la sua tradizione letteraria, i suoi referenti e i suoi personaggi riconoscibili. Possiamo dire, invece, che il Purgatorio è quasi un'invenzione dantesca. Il concetto di Purgatorio fu stabilito dalla Chiesa quando Dante era molto giovane. Senza una tradizione letteraria alle spalle, senza un immaginario collettivo, il poeta fiorentino dovette inventare un Purgatorio fittizio. E la cosa ammirevole è che gli dedica lo stesso spazio che destina all'Inferno, dove lavora con riferimenti e una tradizione letteraria molto consolidata. Il Paradiso, poi, è uno spazio in cui non accade nulla e che si può riassumere con quel «più luce, più luce» a cui si riferì Goethe sul letto di morte. In questo senso, l'Inferno è la cantica più divertente, dove troviamo canti conosciuti come quelli di Paolo e Francesca, Ulisse o Brunetto Latini, il maestro di Dante. Tuttavia, come dicevo, traducendo l'intera opera e cercando di dedicare lo stesso tempo e la stessa attenzione a qualsiasi versetto della Commedia, per quanto minore possa essere, ho scoperto un Dante straordinario sia nel Purgatorio che nel Paradiso.

Il Paradiso è la cantica più teologica e forse la più complessa a livello concettuale.

Senza dubbio, è la parte più teologica, la più complessa concettualmente e la più astratta. Il Paradiso è un poema mistico di 4.500 versi e, in questo senso, ad eccezione di alcune biografie che incorpora, come quella di San Francisco, e ad eccezione dell'incontro con il suo antenato, possiamo dire che è la parte più spirituale di tutta l'opera. Ma, comunque, l'elemento politico è molto presente anche nel Paradiso.

La Commedia è un'opera politica?

È un poema molto politico. Fin dai primi versi, Dante solleva l'idea che sia possibile avere un impero migliore e che ci sia un modo migliore di governare. Denuncia la corruzione dei funzionari, dei politici, degli imperatori e dei papi. In effetti, quasi tutti i papi del tempo di Dante sono all'Inferno, precisamente nel canto XIX. L'idea ultima della Commedia è che, prima o poi, arriverà un imperatore in grado di mettere ordine. È ovviamente un'idea provvidenziale a cui Dante si aggrappa a causa della propria esperienza politica fiorentina. Molte delle sue opere, in particolare il suo trattato La monarchia, includono questa idea politica.

Nella sua traduzione della Commedia ha deciso di includere il testo originale.

Sì perché, almeno per me, nel caso della poesia è quasi un dovere editoriale dare al lettore la possibilità di leggere il testo originale, soprattutto se si tratta di lingue vicine come lo è l'italiano rispetto allo spagnolo. Ovviamente non avevo bisogno di tradurre Dante perché lo capivo già in italiano, ma volevo farlo, per me era una responsabilità verso me stesso e verso i lettori, perché i classici vanno tradotti continuamente. Non devi pensare in termini commerciali, ma in termini intellettuali e culturali. In questo senso, per noi, per la casa editrice e per me, era doveroso inserire il testo di Dante, anche se attualmente si discute molto sul modo migliore di editare la Commedia e di stabilirne il testo.

Non sapevo che ci fossero discussioni sulla scelta del testo definitivo della Commedia.

L'edizione di Giorgio Petrocchi è in uso da più di 50 anni, ma ultimamente si stanno discutendo alcuni dei criteri testuali e filologici da lui utilizzati e sono diversi i progetti che mirano a pubblicare nuove edizioni critiche della Commedia. C'è un monumentale progetto in corso che mira a pubblicare l'opera completa di Dante, sono già stati pubblicati sette o otto enormi volumi e non è ancora uscita la Commedia, che sarà pubblicata a breve. In questa edizione abbiamo utilizzato il testo di Petrocchi in modo che il lettore che conosce un po' di italiano possa verificare se mi sono allontanato troppo o se il grado di fedeltà è accettabile.

Dante permea la cultura italiana più di Cervantes rispetto alla cultura spagnola o la loro presenza è paragonabile?

Credo che Dante influenzi la cultura italiana più di quanto lo faccia Cervantes nel caso della cultura spagnola. Ti faccio un esempio molto banale e materiale, ma significativo: sulle monete da due euro italiane c'è il volto di Dante. Qui abbiamo scelto di mettere il Re su tutte e Cervantes non compare da nessuna parte. Certo, c'è da dire che in Italia si sente molto l'influenza del centenario e tutti i centenari hanno i loro vantaggi e svantaggi. C'è una buona parte della popolazione che non leggerà mai Don Chisciotte o la Commedia, ma la differenza è che lo status della Commedia nella scuola italiana è maggiore di quello del Don Chisciotte nell'istruzione spagnola. Ogni italiano che ha fatto il liceo è passato per Dante e lo stesso non si può dire di Cervantes. I centenari, come quello che abbiamo avuto di recente di Cervantes e quello che si festeggerà per Dante nel 2021, aiutano a rinnovare la bibliografia e a pubblicare nuove edizioni.

È piuttosto significativo che la RAI, la televisione pubblica italiana, abbia programmato per alcuni anni, durante le vacanze di Natale e in prima serata, le letture della Commedia dell'attore e regista Roberto Benigni.

Sì, e questo spettacolo trasmesso in televisione, Benigni, che ne è stato l'ideatore, l'ha portato anche nei teatri, che hanno fatto sempre il pieno. Ho assistito a uno di questi spettacoli ed è stato splendido, non solo perché Benigni ha recitato a memoria e senza errori i versi di Dante, ma perché prima della lettura ha offerto un dettagliato commento su ogni terzina. Per essere onesti con Cervantes, va detto che Don Chisciotte e la Commedia sono due opere diverse: mentre l'opera di Dante ha quello status rituale e musicale del verso, Don Chisciotte è un'opera di prosa colloquiale. I suoi meriti sono di altro genere e non si presta tanto ad essere recitata o a ricordare le sue frasi, cosa che accade con Dante, molti dei cui versi sono diventati proverbi in lingua italiana. Questa differenza opera a favore di Dante, ma va detto che, in occasione dei centenari, sono state fatte cose importanti anche per Cervantes.

Dopo aver tradotto l'Orlando Furioso e la Commedia, le manca solo la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, di cui, se non sbaglio, ha già tradotto una parte.

Sì, dopo l'Ariosto ho pensato di tradurre Tasso e ho tradotto il primo canto della Gerusalemme Liberata, ma, a causa di circostanze diverse, ho fatto altro e ho scelto di dedicarmi a Dante, che era l'autore che più mi interessava. Adesso voglio riposare un po', fare quello che devo fare per la mia professione e dedicarmi alla musica. Detto questo, non escludo di riprendere Tasso e di tradurlo più avanti.

Tasso è un autore molto sconosciuto nell'ambito letterario spagnolo.

Senza dubbio. Inoltre, la Gerusalemme liberata si trova in una difficile situazione editoriale. Non è stata tradotta dal XIX secolo e se un lettore spagnolo vuole leggerla, deve andare in una biblioteca o cercare nella libreria di un bibliofilo alla ricerca di una traduzione del XIX secolo, come quella del conte di Cheste. La situazione del Tasso è disperata quanto quella dell'Ariosto prima che lo traducessi. C'era qualche traduzione in prosa dell'Orlando furioso, ma le ultime in versi risalivano al diciannovesimo secolo e non erano complete perché i canti più erotici erano stati censurati.

Lei traduce sempre opere in versi?

Sì, traduco solo versi. Non sono un traduttore professionista, traduco per desiderio.

Alcuni dicono che sia più complesso tradurre versi che prosa.

Ovviamente, ma io lo faccio come apprendistato per migliorare le mie poesie.