Messico, nuvole sugli investimenti esteri

Messico, nuvole sugli investimenti esteri

Ore 18:54 - Riproduciamo di seguito l'articolo di Davide Serraino —analista di Sace, l'agenzia italiana di credito all'esportazione— pubblicato il 2 aprile 2021 sul sito dell'Ispi, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, centro accademico con sede a Milano fondato nel 1934, specializzato in analisi geopolitiche e delle tendenze politico-economiche globali.

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La riforma della Legge sull’Industria Elettrica (LIE), pubblicata il 9 marzo scorso sul Diario Oficial de la Federación una settimana dopo l’approvazione in via definitiva di Camera dei Deputati e Senato messicano, si pone in continuità con quanto realizzato dal governo Obrador sin dall’inizio del nuovo mandato presidenziale (1° dicembre 2018), segnando allo stesso tempo un preoccupante crescendo nella attitudine sfavorevole alle imprese private.

La figura di “AMLO” e il ritorno allo statalismo

Il presidente Andrés Manuel López Obrador, meglio conosciuto come AMLO, già prima di entrare ufficialmente in carica chiarì al mondo quali fossero le sue modalità di azione, attraverso la convocazione, a fine ottobre 2018, di un referendum popolare sulla costruzione del nuovo aeroporto di Città del Messico, la più grande opera infrastrutturale allora in corso di realizzazione nel Paese, del valore di oltre 13 miliardi dollari, con lavori già completati per oltre un terzo del totale. Circa un milione di cittadini decise, attraverso una consultazione non priva di zone d’ombra, di dire stop ai lavori per il nuovo aeroporto sull’onda delle sferzanti critiche di AMLO su costi eccessivi, scarsa attenzione alle tematiche ambientali e corruzione.

AMLO, figura politica navigata che si innesta nel solco del nazionalismo messicano, in campo economico ha da subito palesato la preferenza per un ritorno dello Stato al centro della scena, in aperta polemica con il neoliberalismo, rappresentato come una forma “corrotta” di gestione politica ed economica del Paese, che non ha saputo risolvere problemi atavici quali povertà, malaffare e narcotraffico. Nella visione manichea del presidente in carica, se da una parte ci sono i “corrotti” dall’altra ci sono necessariamente i “puri”, che AMLO si incarica di rappresentare, in particolare i più poveri, “non (ancora) contaminati” dal potere e dall’individualismo “corruttore” tipico del sistema capitalistico, intrinsecamente basato sulla spinta al successo personale e, in ultima istanza, all’arricchimento.

Se si inquadra l’attuale mandato presidenziale da questa prospettiva, non è difficile porre su una linea di continuità importanti scelte dell’esecutivo in carica in campo economico. Un esempio eclatante è stata la decisione, presa a metà 2019, di far costruire alla società petrolifera di Stato, Pemex (crasi di Petróleos Mexicanos) la nuova raffineria Dos Bocas, sita nello Stato natale di AMLO, Tabasco, nel Sud del Messico. Il progetto, del valore di 8 miliardi di dollari che a regime dovrebbe portare a una capacità di raffinazione aggiuntiva di 340mila barili al giorno, ha destato non poche critiche perché secondo molti l’indebitatissima Pemex mancherebbe dell’expertise necessaria per realizzare un’opera di questo tipo. Un altro esempio di rilievo è stato lo stop, a marzo 2020, ancora tramite referendum popolare, alla costruzione di un mega impianto per la produzione di birra a Mexicali, città di oltre 1 milione di abitanti sita nella Baja California a ridosso degli USA. In questo caso la società statunitense Constellation Brands, terzo produttore americano con più di 100 marchi in portafoglio tra cui la celeberrima (e messicana) birra Corona, ha visto l’opposizione di coltivatori e abitanti di Mexicali allo sfruttamento delle risorse idriche della città per la produzione di birra a detrimento degli usi irrigui e civili.

I due esempi presentati sono emblematici di come le decisioni di un governo possano minare la fiducia degli investitori esteri verso un Paese importante quale il Messico ed evidenziano inoltre il progressivo indebolimento della rule of law. D’altro canto non bisogna dimenticare che il Messico rimane comunque un Paese pienamente inserito, grazie prima al NAFTA e oggi all’USMCA (in vigore dal 1° luglio 2020), nel sistema economico nordamericano e nelle catene del valore regionali che lo contraddistinguono. Se sostenere la tesi di un “vincolo esterno” nelle decisioni di politica economica messicane appare fuori luogo, la partecipazione all’USMCA impone comunque in concreto vincoli normativi stringenti al Messico. Non si può nemmeno affermare che le politiche di AMLO siano state finora volte a destabilizzare i conti pubblici messicani visto che il dogma dell’austerità fiscale non è stato intaccato nemmeno dalla pandemia: le misure fiscali anticicliche non hanno superato il 2% del Pil, molto meno della media dell’America Latina e in fondo alla classifica dei Paesi OCSE.

La discussa riforma del settore elettrico

All’interno del contesto sinteticamente descritto si inserisce la riforma della Legge sull’Industria Elettrica. Quest’ultima accorda in primis un trattamento preferenziale alla società elettrica statale, Comisión Federal de Eletricidad (CFE). Questa, fondata nel lontano 1937, è l’utility nazionale messicana, l’unica verticalmente integrata del Paese e tra le più grandi di tutta l’America Latina. Se la storica riforma del settore energetico del dicembre 2013, sulla scia di precedenti provvedimenti di timida liberalizzazione dell’inizio degli anni ’90, aveva aperto la generazione a player privati, lasciando i segmenti di trasmissione e distribuzione sotto il controllo pubblico, la riforma appena approvata mette di nuovo al centro della scena CFE. Come? Assegnando la priorità di dispacciamento nella rete nazionale all’energia elettrica prodotta da CFE, a prescindere dalla fonte di produzione e dai costi.

Ciò significa che gli operatori privati che producono energia da fonti rinnovabili non classiche, quali tipicamente solare ed eolico, pur avendo in media costi di generazione del 27% inferiori a quelli di CFE, secondo il Consejo Coordinador Empresarial (associazione che riunisce le principali 12 organizzazioni imprenditoriali messicane i cui associati producono l’80% del Pil privato) perderanno la priorità nell’immissione di energia elettrica in rete. Abbandonando il criterio del minor costo, la prima elettricità messa in rete sarà quella prodotta dalle centrali idroelettriche di CFE, poi sarà la volta dell’energia elettrica prodotta sempre da CFE a prescindere dalla fonte, quindi dei produttori indipendenti che utilizzano centrali a ciclo combinato e solo al quarto posto verranno i produttori da fonti solare ed eolico.

CFE, stando agli ultimi dati completi relativi al 2019, produce energia da fonti rinnovabili per non più del 30% del totale. Considerando che il resto della generazione proviene non solo da gas naturale ma anche da fonti fossili tradizionali, in parte fornite dalla stessa Pemex, è chiaro che le nuove disposizioni non solo potrebbero far aumentare le bollette elettriche a carico di cittadini e imprese —a meno che ampi sussidi governativi non provvedano a controbilanciare gli aumenti di costo— ma allontanerebbero anche il Messico dall’obiettivo di produrre sempre più energia da fonti “pulite”.

La legge sulla transizione energetica approvata dal Parlamento nel 2015 aveva infatti previsto che il Messico dovesse raggiungere il 35% della generazione da fonti pulite entro il 2024, da un punto di partenza del 20%. Se nel 2020 tale percentuale era salita al 27%, grazie soprattutto all’aumento della capacità installata di solare ed eolico (+11 GW dal 2016), secondo IHS Markit le nuove disposizioni determineranno una crescita molto più lenta nei prossimi anni, e nel 2024 non sarà raggiunta che la quota del 30%.

La nuova normativa penalizza inoltre i produttori privati (in larga parte esteri) nel campo delle rinnovabili, in quanto prevede che i certificati di energia pulita (Certificados de Energías Limpias, CELs), finora appannaggio solo di chi genera energia low-carbon attraverso impianti costruiti dopo il 2014, siano estesi anche alla produzione da impianti costruiti in precedenza, a prescindere da interventi di upgrade tecnologico. Di conseguenza il valore dei CELs è destinato a ridursi notevolmente a detrimento dei player privati che fattorizzano di solito tali certificati all’interno dei business plan relativi alle nuove installazioni. Di più, CFE non sarà più obbligata a effettuare aste di mercato per acquistare capacità aggiuntiva da produttori privati e anche la concessione di nuovi permessi per la generazione passa al Ministero dell’Energia messicano (SENER), i cui criteri di pianificazione potrebbero essere sfavorevoli a produttori da rinnovabili. Lo stesso AMLO, d’altronde, ha condotto fin dall’inizio del mandato una vibrante campagna contro questi ultimi, accusati di aver ottenuto vantaggi illeciti dai passati governi, non a caso grazie ad atti corruttivi.

Un aspetto di particolare preoccupazione presso gli investitori è infine la possibilità di revisione, e financo di revoca, dei contratti già assegnati: per esempio, il 3 marzo scorso AMLO ha annunciato, senza fornire dati di ulteriore dettaglio, la volontà di rinegoziare contratti in essere con il gigante spagnolo delle rinnovabili Iberdrola e altre 10 imprese.

Via ai ricorsi in vista delle elezioni legislative

Chiaramente la nuova normativa messicana, oltre a generare sconcerto tra gli investitori e, per usare un eufemismo, non essere stata calorosamente ricevuta dagli USA, freschi del rientro negli Accordi di Parigi, ha da subito scatenato una battaglia legale di ampie proporzioni sui profili di costituzionalità della stessa. Il 19 marzo il giudice federale Juan Pablo Gómez Fierro, a capo della magistratura amministrativa competente in materia, ha disposto la sospensione a tempo indefinito dell’applicazione della riforma, costringendo la ministra dell’Energia Rocío Nahle García a reintrodurre temporaneamente la normativa precedente. Non ci sono particolari dubbi sul fatto che la disputa arriverà fino alla Corte Suprema messicana. In caso la riforma venisse considerata incostituzionale dalla Corte, AMLO ha già annunciato che procederà a modificare la Costituzione stessa. Se sarà in grado di farlo dipenderà dalle elezioni legislative del prossimo 6 giugno che prevedono il rinnovo di tutti i 500 seggi della Camera dei Deputati. Nonostante la popolarità ancora elevata del presidente Obrador (circa il 60% secondo le ultime rilevazioni), sarà molto difficile per la formazione di AMLO, Mo.Re.Na. (Movimiento Regeneracion Nacional), che detiene al momento 252 seggi, (e per i suoi alleati minori) ottenere la maggioranza dei due terzi necessaria per l’approvazione di modifiche di rango costituzionale.