Il tacchino: dal Messico all'Europa e all'Italia (e i suoi strani nomi)

Il tacchino: dal Messico all'Europa e all'Italia (e i suoi strani nomi)

Ore 18:45 - Dopo essere stato addomesticato più di mille anni fa in Messico, dove gli Aztechi lo chiamavano huexólotl (grande mostro) —un termine che venne convertito in guajolote in spagnolo— il tacchino fu importato in Europa nei primi decenni del XVI secolo e durante gli anni successivi si diffuse nel Vecchio Continente come animale da cortile.

È a quest’epoca che risalgono le sue denominazioni. In spagnolo si usa tuttoggi anche il nome pavo, perché il tacchino condivide col pavone il costume di fare la ruota, motivazione che ritroviamo nel tedesco Truthahn, alla lettera “gallo che si gonfia”. In Italia, nella Toscana occidentale, il tacchino è stato equiparato all’oca, il pennuto più grande, ed è chiamato locio, forma con fusione dell’articolo ricorrente anche in aretino come variante di ocio, e poi lucio per attrazione del nome proprio Lucio.

I nomi più diffusi sono però quelli che derivano dalla sua provenienza. Il primo a imporsi fu pollo d’India, dovuto all’erronea convinzione di Colombo di essere sbarcato nelle Indie. Da questo equivoco deriva anche il francese dindon e il dindio di molti dialetti italiani. Sempre alla provenienza fanno riferimento il portoghese peru e l’inglese turkey, che rivelano conoscenze geografiche a dir poco approssimative, dove il Messico viene scambiato col Perù e l’India con la Turchia.

Tra le altre varianti, la più universale consiste nell’imitazione del verso caratteristico dell’animale. Ne derivano tacchino, assunto come denominazione standard dell’italiano, da un tac tac emesso di quando in quando, e il toscano billo, che riproduce l’inconfondibile b-lu-lu che risuona spesso nell’aia. Billo è diffuso nella Toscana sud-orientale e nelle aree confinanti dell’Umbria e del Lazio.

 

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