Un nuovo consenso economico globale

Ore 06.16 – Il Panel on Economic Resilience del G7, gruppo indipendente i cui membri sono stati nominati dai leader delle nazioni che compongono l’organizzazione, propone un cambio nella governance economica globale per aumentare la resilienza e ripartire dopo gli shock subiti per la pandemia da Coronavirus. Il rapporto, pubblicato il 13 ottobre e intitolato Global Economic Resilience. Building Forward Better è stato redatto dagli otto esperti che conformano il panel coordinati da Mark Sedwill. L’Italia è rappresentata dall’economista Mariana Mazzucato, che nel seguente articolo riassume i punti principali del documento.

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Il Washington Consensus è arrivato al capolinea. In un rapporto pubblicato questa settimana, il Panel G7 sulla ripresa economica (nel quale rappresento l’Italia) auspica un’interazione completamente diversa tra i settori pubblico e privato al fine di creare un’economia sostenibile, equa e resiliente. Quando, il 30 e 31 ottobre prossimi, i leader del G20 si riuniranno per discutere su come “superare le grandi sfide di oggi” – che includono la pandemia, il cambiamento climatico, l’aumento delle disuguaglianze e la fragilità economica – dovranno evitare di basarsi nuovamente su quei presupposti ormai superati che hanno portato al caos attuale.

Il Washington Consensus ha dettato le regole del gioco dell’economia mondiale per quasi mezzo secolo. L’espressione, entrata in voga nel 1989, cioè l’anno in cui il capitalismo in stile occidentale consolidò la sua dimensione globale, descrive l’insieme di politiche fiscali e commerciali promosse dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. Essa divenne lo slogan di una globalizzazione neoliberista e, pertanto, venne attaccata – persino dai maggiori esponenti delle sue istituzioni principali – per aver esacerbato le disuguaglianze e perpetuato la sudditanza del Sud del mondo nei confronti del Nord.

Avendo evitato a malapena un tracollo economico mondiale due volte – la prima nel 2008, la seconda nel 2020, quando la crisi legata al coronavirus ha quasi abbattuto il sistema finanziario – il mondo si trova adesso ad affrontare un futuro di rischi, incertezze, turbolenze e squilibri climatici senza precedenti. I leader mondiali devono solo scegliere tra continuare a sostenere un sistema economico fallimentare, oppure disfarsi del Washington Consensus per indirizzarsi verso un nuovo contratto sociale internazionale.

L’alternativa è il “Cornwall Consensus”, proposto di recente. Mentre il Washington Consensus riduceva al minimo il ruolo dello stato nell’economia spingendo per un aggressivo programma liberista basato su deregolamentazione, privatizzazioni e liberalizzazione degli scambi commerciali, il Cornwall Consensus (che richiama impegni formulati al vertice G7 tenutosi in Cornovaglia nel giugno scorso) ribalterebbe questi imperativi. Rilanciando il ruolo economico dello stato, ci consentirebbe di perseguire obiettivi sociali, costruire una solidarietà internazionale e riformare la governance globale nell’interesse del bene comune.

Questo significa che l’erogazione di sussidi e investimenti da parte di organizzazioni statali e multilaterali sarebbe soggetta all’impegno dei beneficiari verso una rapida decarbonizzazione (anziché una rapida liberalizzazione del mercato, condizione dei prestiti dell’Fmi per i programmi di aggiustamento strutturale). E significa che i governi punterebbero non più a riparare – intervenire cioè soltanto a danno avvenuto – bensì a preparare, vale a dire adottare misure preventive per metterci al riparo da rischi e shock futuri.

Il Cornwall Consensus, inoltre, ci spingerebbe ad abbandonare gli interventi reattivi volti a rimediare ai fallimenti del mercato per abbracciare invece uno spirito d’iniziativa teso a creare e forgiare il tipo di mercati che dobbiamo coltivare in un’economia green. E anche a sostituire la redistribuzione con la pre-distribuzione. Lo stato avrebbe il compito di coordinare partnership tra pubblico e privato ben mirate e finalizzate a creare un’economia resiliente, sostenibile ed equa.

Perché serve un nuovo consenso? La risposta più ovvia è che il vecchio modello non sta più producendo benefici destinati a essere ampiamente distribuiti, se questo è mai avvenuto. Esso si è rivelato disastrosamente incapace di rispondere in modo efficace a gravi shock economici, ecologici ed epidemiologici.

Realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite adottati nel 2015 sarebbe stato sempre difficile all’interno dei meccanismi della governance globale vigente. Adesso però che una pandemia ha spinto le capacità dello stato e dei mercati oltre il punto di rottura, è diventato un’impresa impossibile. Le condizioni di crisi attuali rendono un nuovo consenso globale un requisito fondamentale per la sopravvivenza dell’umanità su questo pianeta.

Siamo nel pieno di un cambio di paradigma atteso da tempo, ma questo sviluppo positivo potrebbe essere facilmente annullato. La maggior parte delle istituzioni economiche è ancora governata da norme obsolete che le rendono inadeguate a gestire gli interventi necessari per sconfiggere la pandemia e tantomeno raggiungere l’obiettivo dell’accordo di Parigi di mantenere l’aumento delle temperature globali entro 1,5° Celsius rispetto ai livelli preindustriali.

Il nostro rapporto evidenzia l’urgenza di migliorare la resilienza dell’economia globale per difenderci da rischi e shock futuri, siano essi acuti (come le pandemie) o cronici (come una polarizzazione estrema della ricchezza e del reddito). Sosteniamo la necessità di ripensare in modo radicale il nostro concetto di sviluppo economico, passando dal misurare la crescita in termini di Pil, valore aggiunto lordo o redditività finanziaria al valutare il successo in base al raggiungimento di ambiziosi obiettivi comuni.

Tre delle raccomandazioni più salienti contenute nel rapporto riguardano la pandemia da Covid-19, la ripresa economica post pandemica e gli squilibri climatici. Innanzitutto, chiediamo al G7 di garantire un’equa distribuzione dei vaccini a livello mondiale, e di investire in modo consistente nella preparazione alle pandemie e in spese sanitarie mirate. Dobbiamo rendere la parità di accesso, soprattutto a innovazioni che beneficiano di grandi investimenti pubblici e impegni di acquisto anticipato, una priorità assoluta.

Riconosciamo che ciò richiederà un nuovo approccio regolamentare ai diritti di proprietà intellettuale. Allo stesso modo, il Consiglio per l’economia della salute per tutti dell’Organizzazione mondiale della sanità (da me presieduto) sottolinea che la governance della proprietà intellettuale andrebbe riformata nel senso di ammettere che la conoscenza è il risultato di un processo collettivo di creazione del valore.

In secondo luogo, siamo a favore di un aumento degli investimenti statali nella ripresa post pandemica, e sottoscriviamo la raccomandazione dell’economista Nicholas Stern che tale spesa debba essere portata al 2% del Pil, il che corrisponde a un trilione di dollari all’anno da qui al 2030. Ma gestire una maggiore quantità di denaro non basta; altrettanto importante è come tale denaro viene speso. Bisogna convogliare gli investimenti pubblici attraverso nuovi meccanismi contrattuali e istituzionali che misurino e incentivino la creazione di valore pubblico a lungo termine anziché di profitti privati a breve termine.

E in risposta alla sfida più importante di tutte, quella legata alla crisi climatica, auspichiamo la creazione di un “CERN per le tecnologie del clima”. Ispirato all’Organizzazione europea per la ricerca nucleare (CERN), un centro di ricerca focalizzato sulla decarbonizzazione dell’economia convoglierebbe investimenti pubblici e privati verso progetti ambiziosi, tra cui la rimozione di CO2 dall’atmosfera e la creazione di soluzioni a impatto zero per settori altamente energivori, come quello navale, aereo, dell’acciaio e del cemento. Questa nuova istituzione multilaterale e interdisciplinare fungerebbe da catalizzatore per la creazione e l’avvio di nuovi mercati incentrati sulle energie rinnovabili e sulla produzione circolare.

Quelle sopra elencate sono solo tre delle sette raccomandazioni che abbiamo formulato per gli anni a venire. Insieme, esse forniscono l’impalcatura su cui costruire un nuovo consenso globale – un programma politico per governare il nuovo paradigma economico che sta già prendendo forma.

Se il Cornwall Consensus perdurerà nel tempo è tutto da vedere. Ma se vogliamo prosperare e non semplicemente sopravvivere su questo pianeta, il Washington Consensus va sostituito con qualcos’altro. La pandemia da Covid-19 ha dato un assaggio dei complessi problemi di azione collettiva con cui dobbiamo fare i conti. Solo una rinnovata cooperazione a livello internazionale e un coordinamento e potenziamento delle capacità dello stato – un nuovo contratto sociale sottoscritto da un nuovo consenso globale – può prepararci ad affrontare le crisi in aumento e sempre più interdipendenti che ci riserva il futuro.

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Nata a Roma nel 1968 e presto trasferitasi negli Stati Uniti d’America, Mariana Mazzucato si è laureata in storia e relazioni internazionali presso la Tufts University di Boston nel 1990, ha conseguito un master in economia presso la New School for Social Research di New York nel 1994 e un dottorato di ricerca in economia presso il medesimo istituto nel 1999. Nelle sue opere indaga sotto svariati profili i rapporti tra innovazione, sviluppo economico e mercati finanziari e sottolinea l’importanza di un intervento mirato dello Stato in ambito economico al fine di assicurare una crescita più inclusiva e sostenibile.

È membro dell’Accademia delle scienze sociali britannica dal 2017 e dell’Accademia dei Lincei dal 2018.

Svolge il ruolo di consulente di governi e di organizzazioni e organismi sovranazionali sui temi di una crescita inclusiva e sostenibile guidata dall’innovazione. È attualmente membro di appositi organismi consultivi che supportano in materia economica il Governo scozzese e il Presidente della Repubblica del Sudafrica. Fa inoltre parte del gruppo di consulenti del Segretario Generale delle Nazioni Unite per una nuova rappresentazione della crescita economica, nonché del comitato delle Nazioni Unite per le politiche dello sviluppo, del comitato “Vinnova” per un utilizzo dell’innovazione che possa supportare la competitività dell’economia svedese e del Research Council norvegese.

È consigliere di Amministrazione di Enel dal maggio 2020.